Al centro del canale di Suez c’è un lago che si chiama Amaro. Anzi, in verità i laghi sono due: il Grande e il Piccolo, uno dopo l’altro, come due stanze comunicanti in mezzo al deserto.
All’inizio di giugno del 1967 quindici navi risalivano il canale verso nord. Il 5 giugno scoppiò la guerra “dei sei giorni” tra Israele ed Egitto e il canale venne chiuso ad entrambe le estremità. Per sbarrare il passaggio vennero affondati navi, draghe, pontoni e persino un ponte; nell’acqua, a finire il lavoro, rimasero le mine. Quattordici di quelle navi gettarono l’àncora nel punto più largo, il Grande Lago Amaro. La quindicesima, l’americana Observer, rimase isolata più a nord, nel lago Timsah, nei pressi di Ismailia.
Le navi battevano otto bandiere diverse: tedesca, svedese, francese, britannica, americana, polacca, bulgara e cecoslovacca e nelle stive c’era un po’ di tutto: magliette, lana, frutta, uova, pelli di vacca grezze imbarcate in Etiopia, giocattoli di plastica destinati agli scaffali di Woolworths. C’era perfino la Lednice, un mercantile di appena millequattrocentosessantadue tonnellate di stazza armato da una compagnia di navigazione danubiana. Pensavano che sarebbe durata qualche giorno e invece è durata otto anni. In guerra, a volte, capita.
Ho scoperto questa storia per caso, saltando da una pagina all’altra di wikipedia e senza cercare niente di preciso.
Me lo immagino così, uno degli uomini del Münsterland, una motonave di Amburgo che rientrava dall’Australia con le stive piene di uova e frutta. Hannes ha ventotto anni, nato ad Altona, secondo ufficiale di macchina. Quel motore lo conosce bene: ne percepisce gli affanni, le pause e i colpi di tosse come se fosse un essere vivente. Prima di partire ha promesso a Renate che quello sarebbe stato l’ultimo viaggio. Un amico del sindacato dei marittimi gli ha trovato un posto a terra a Finkenwerder, nello stesso cantiere in cui sette anni prima avevano varato il Münsterland: un lavoro che paga meno ma hai un orario, le sere a casa, le domeniche libere. Una vita diversa, finalmente, costruita su qualcosa che non galleggia.
I primi giorni fermi trascorrono quasi come una vacanza. Fa un caldo bestiale e la guerra se ne sta al di là delle dune. Poi le settimane diventano mesi, i mesi cominciano a sommarsi e il lavo diventa terra di nessuno. Da Amburgo la compagnia risponde ai telex con altri telex ma senza grosse novità.
Hannes, ligio ai suoi doveri, si sveglia all’alba, scende in sala macchine, controlla le pressioni, ingrassa i cuscinetti, accende il motore e lo lascia girare a vuoto, con l’elica ferma, per tenerlo vivo. Fa benissimo il suo lavoro solo che le mansioni che svolge, lì, non portano da nessuna parte. Continua a fare tutto per bene ma intanto le sue capacità diventano inutili, un peso. Il valore di un uomo non cambia quando la nave è ferma. Cambia il modo in cui percepisce quel valore quando diviene completamente inutile.
Coleridge, nella Ballata del vecchio marinaio, scrive:
Day after day, day after day,
We stuck, nor breath nor motion;
As idle as a painted ship
Upon a painted ocean.
Giorno dopo giorno, inchiodati, senza un soffio né un movimento: inerti come una nave dipinta sopra un oceano dipinto. Coleridge non poteva saperlo, ma sul Grande Lago Amaro l’oceano non c’era nemmeno e a dipingere le navi ci pensavano le sabbie del deserto. In primavera soffiava il khamsin (il vento caldo e carico di sabbia che arriva dall’interno) e la sabbia si infilava ovunque: nelle prese d’aria, negli oblò, nelle pieghe delle lenzuola. Si posava su tutto.
Eppure (questa è un’ottima lezione) gli uomini della Flotta Gialla non si sono lasciati abbattere dall’essere nel posto giusto ma al momento sbagliato. Nell’ottobre del 1967 gli ufficiali e gli equipaggi delle quattordici navi si riunirono a bordo della britannica Melampus e fondarono la Great Bitter Lake Association, l’Associazione del Grande Lago Amaro: una piccola “repubblica galleggiante”, mutualistica, in mezzo a due eserciti inutili che si sparavano contro. Nacque un circolo velico, le funzioni religiose si celebravano sul tedesco Nordwind, i film si proiettavano sulla bulgara Vasil Levsky, a calcio si giocava sul ponte della Port Invercargill e la svedese Killara aveva persino una piscina. Polacchi e inglesi, tedeschi e cecoslovacchi, a casa loro tra l’altro vivevano sui due lati opposti della cortina di ferro: me li immagino passarsi la birra, le sigarette, le uova del Münsterland, chiedendosi a cosa servissero i muri visto che riuscivano a passare il tempo assieme senza problemi.
Nell’autunno del 1968, mentre a Città del Messico si correvano le Olimpiadi, sul lago organizzarono le loro: le Olimpiadi del Lago Amaro (qui, su Storie Sport, un approfondimento), con le regate delle scialuppe di salvataggio e le partite di calcio tra un equipaggio e l’altro. Ve li immaginate? Si inventarono perfino un servizio postale, con francobolli fatti a mano. Le poste egiziane, immagino presi per sfinimento, finirono per riconoscerli e quelle buste, affrancate con i francobolli di uno Stato che non esisteva, arrivarono in tutto il mondo.
Una di quelle buste l’ha spedita Hannes.
Qualche mese prima, una mattina di fine inverno, il marconista era sceso in sala macchine con un foglio in mano. Poche parole, come si usava nei telegrammi, dove ogni parola si pagava: nata bambina, stanno bene tutte e due, si chiama Birte. Hannes lo aveva letto tre volte. Poi era salito in coperta e aveva guardato a lungo verso nord, oltre la riva e il deserto, fino a una stanza d’ospedale di Amburgo in cui lui non c’era.
La prima lettera della vita di Birte arrivò da una repubblica galleggiante. Dentro c’era una fotografia del Münsterland, già un po’ ingiallito dalla sabbia. Sul retro, una frase sola: Un giorno mi vedrai tornare! – Hannes
Ecco che mi viene in mente Giovanni Drogo, il tenente del Deserto dei Tartari che il buon Buzzati spedisce alla Fortezza Bastiani a scrutare un orizzonte da cui il nemico non arriva mai. Drogo aspetta per tutta la vita qualcosa che dia un senso all’attesa. Quando finalmente arriva, lui è vecchio e malato e lo mandano via.
Gli uomini del Lago Amaro il deserto e la guerra ce l’avevano intorno, eppure non hanno fatto la fine di Drogo. Non potevano decidere quando partire: quella decisione stava nelle mani di altri ma non si sono persi d’animo e hanno fondato un’associazione, giocato a calcio, scritto lettere, stampato francobolli. E hanno continuato a far girare i motori per essere pronti quando fosse venuto il momento.
Nel 1969 le navi vennero raggruppate per ridurre il personale e gli uomini rimasti di guardia cominciarono a darsi il cambio ogni tre mesi. Hannes, me lo immagino, tornò a casa e conobbe sua figlia quando lei aveva già imparato a camminare. Poi ripartì per qualche turno, a fare la guardia a una nave che non andava da nessuna parte. Il posto a terra, a Finkenwerder, nel frattempo era andato a un altro. Pazienza. Nel 1972 gli ultimi marinai tedeschi furono rimandati a casa e la manutenzione venne affidata a una ditta norvegese.
Nella primavera del 1975 il canale fu finalmente riaperto. Delle navi rimaste nel lago soltanto due erano ancora in grado di navigare con i propri motori, entrambe tedesche: il Nordwind e il Münsterland. I motori che qualcuno aveva continuato a far girare a vuoto per anni, adesso, giravano davvero.
Il 24 maggio 1975 entrarono nel porto di Amburgo. Ad aspettarle sulle banchine c’erano più di trentamila persone. Per il Münsterland si chiudeva così un viaggio verso l’Australia cominciato otto anni, tre mesi e cinque giorni prima.
Me lo immagino lì in mezzo alla folla, Hannes, con Birte sulle spalle. Lei ha sette anni e quella nave l’ha vista solo in una fotografia ingiallita. Sente le sirene, vede la prua avanzare lenta sull’Elba, sente il padre avere un sussulto. Per lui quella nave sta tornando al di là della guerra mentre per lei sta arrivando dalla fine del mondo o da qualche luogo fantastico.
Chi ha aspettato a lungo conosce soltanto i ritorni: misura tutto con ciò che ha lasciato, con quello che doveva essere e non è stato, con i mesi perduti sul lago. Lei non ha niente da recuperare, niente da rimpiangere, c’è ancora tutta la vita davanti. Per lei ogni cosa che arriva è una prima volta e tanto basta per mettersi a ridere e agitare la mano, salutando una nave che entra in porto, come se fosse partita appositamente per lei.
E allora
Spazza la sabbia.
Tieni il motore caldo.
Il resto arriva.
