Per quasi ventinove anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale il sottotenente giapponese Hiroo Onoda ha continuato a combattere nella giungla di Lubang, un’isola delle Filippine. Si è arreso soltanto il 10 marzo 1974, quando il suo vecchio comandante è volato dal Giappone per ordinargli di persona di deporre le armi. È una delle storie più incredibili del Novecento ma anche una delle più controverse.
Chi era Hiroo Onoda
Hiroo Onoda nasce il 19 marzo 1922 a Kamekawa, nella prefettura di Wakayama. A diciassette anni lavora per una società commerciale a Wuhan, in Cina. Nel 1942 viene arruolato nell’Esercito imperiale e addestrato come ufficiale dell’intelligence nella sezione di Futamata della Scuola Nakano, dove si insegnano le tecniche della guerriglia.
Il 26 dicembre 1944 viene inviato sull’isola di Lubang, a sud-ovest di Manila. La missione è chiara: distruggere la pista d’atterraggio e il molo del porto per ostacolare lo sbarco degli Alleati. Gli ordini lo sono ancora di più: in nessun caso arrendersi, in nessun caso togliersi la vita. Il maggiore Yoshimi Taniguchi, che gli impartisce le ultime istruzioni, gli fa anche una promessa: qualunque cosa accada, torneremo a prenderti.
Sull’isola, però, Onoda trova ufficiali più alti in grado che gli impediscono di portare a termine il sabotaggio. Il 28 febbraio 1945 americani e partigiani filippini sbarcano e conquistano Lubang. In poco tempo dei soldati giapponesi restano soltanto Onoda e tre uomini: il soldato Yuichi Akatsu, il caporale Shōichi Shimada e il soldato scelto Kinshichi Kozuka. Il sottotenente li porta con sé sulle montagne.
Ventinove anni nella giungla
Per i decenni successivi il gruppo continua la propria guerra. Si nutre di banane, noci di cocco, riso e bestiame rubati ai contadini. Di tanto in tanto si scontra a colpi di fucile con gli abitanti dell’isola e con la polizia.
I segnali che la guerra è finita arrivano presto. Nell’ottobre 1945 un altro gruppo di soldati giapponesi mostra loro un biglietto lasciato dagli isolani: la guerra è finita il 15 agosto, scendete dalle montagne. Onoda e i suoi lo giudicano propaganda nemica. Se la guerra fosse davvero finita, ragionano, nessuno sparerebbe più su di loro.
Alla fine dello stesso anno dagli aerei vengono lanciati volantini con l’ordine di resa del generale Tomoyuki Yamashita. Il gruppo li esamina con cura e conclude che sono falsi. Nel febbraio 1952 dal cielo piovono lettere e fotografie delle loro famiglie che li pregano di arrendersi. Anche quelle, per loro, sono una trappola.
Intanto il gruppo si assottiglia. Akatsu si allontana nel settembre 1949 e si consegna alle forze filippine nel marzo 1950: per gli altri è un tradimento. Shimada viene ferito a una gamba nel 1953 in uno scontro con alcuni pescatori. Muore il 7 maggio 1954 in una sparatoria con un reparto dell’esercito filippino. Kozuka viene ucciso dalla polizia il 19 ottobre 1972, durante una delle incursioni in cui lui e Onoda bruciavano il riso raccolto dai contadini: un segnale per far sapere ai comandi giapponesi che erano ancora vivi e in servizio. Da quel giorno Onoda resta solo.
L’incontro con Norio Suzuki e la resa
La svolta arriva il 20 febbraio 1974 grazie a un ragazzo giapponese. Norio Suzuki è un giovane avventuriero che gira il mondo. Agli amici ha raccontato di cercare, nell’ordine, il tenente Onoda, un panda e lo yeti. Gli bastano quattro giorni di ricerche per trovare il primo.
Tra i due nasce un’amicizia ma Onoda non cede: senza un ordine del suo superiore non deporrà le armi. Suzuki torna in Giappone con le fotografie dell’incontro come prova e il governo rintraccia il maggiore Taniguchi, che nel frattempo è diventato libraio. Il 9 marzo 1974 Taniguchi raggiunge Onoda nella giungla, mantiene la promessa di trent’anni prima e gli legge gli ordini: le operazioni sono cessate e la sua unità è sollevata da ogni incarico militare.
Il giorno dopo, il 10 marzo, Onoda si arrende alle forze filippine nella base radar di Lubang. L’11 marzo, al palazzo di Malacañang, consegna la sua spada al presidente Ferdinand Marcos, che gli concede la grazia per i crimini commessi durante gli anni nella giungla. Con la spada consegna un fucile Type 99 ancora funzionante, 500 cartucce, alcune bombe a mano e il pugnale che la madre gli aveva regalato nel 1944 perché si togliesse la vita in caso di cattura.
La sua guerra era durata 28 anni, 6 mesi e 8 giorni oltre la resa del Giappone. Soltanto un altro soldato, Teruo Nakamura, arrestato in Indonesia il 18 dicembre 1974, resistette più a lungo.
Il lato oscuro della leggenda
In Giappone Onoda viene accolto come un eroe, simbolo di una fedeltà assoluta al dovere. Nelle Filippine la sua storia ha un altro volto. Secondo le testimonianze raccolte dai media filippini tra gli abitanti di Lubang, Onoda e i suoi uomini avrebbero ucciso fino a trenta civili durante gli anni nella giungla. Nella sua autobiografia non ne parla.
Nel 1996 Onoda torna sull’isola, nella cittadina di Looc, in occasione di una donazione di 10.000 dollari per le borse di studio della scuola locale. Il consiglio comunale gli chiede di risarcire le famiglie di sette persone che avrebbe ucciso e una cinquantina di parenti delle vittime protesta contro la sua visita.
Anche la sua buona fede è stata messa in discussione. Beatrice Trefalt, studiosa del Giappone alla Monash University, osserva che Onoda non era del tutto isolato: aveva accesso ai giornali e possedeva una radio a transistor. Nel 1976 Tsuda Shin, il ghostwriter della sua autobiografia, pubblicò un libro in cui sosteneva che quel racconto fosse una costruzione editoriale e che Onoda sapesse benissimo che la guerra era finita.
La vita dopo la giungla
Al ritorno in Giappone Onoda si trova a disagio sotto i riflettori, in un Paese che non riconosce più. Pubblica un’autobiografia di grande successo (in inglese No Surrender: My Thirty-Year War) e nell’aprile 1975 parte per il Brasile, seguendo le orme del fratello maggiore Tadao. Diventa allevatore di bestiame a Terenos, nel Mato Grosso do Sul. Nel 1976 si sposa.
Nel 1984 torna in Giappone, colpito dalla notizia di un adolescente che aveva ucciso i genitori. Nella prefettura di Fukushima fonda la Onoda Shizen Juku, una scuola di vita all’aria aperta per ragazzi. Muore a Tokyo il 16 gennaio 2014, a 91 anni.
La sua storia ha ispirato il film francese di Arthur Harari Onoda, 10 000 nuits dans la jungle (2021), il romanzo di Werner Herzog Das Dämmern der Welt (2021) e perfino un concept album, Nude, pubblicato nel 1981 dalla band inglese Camel.
Resta la domanda che la sua vicenda continua a porre: dove finisce la fedeltà e dove comincia la cecità? Per molti Onoda è stato il simbolo di una disciplina incrollabile, per altri l’uomo che ha scelto di non vedere. Forse è stato entrambe le cose.