Per secoli il Faro di Alessandria è sopravvissuto solo come racconto: la descrizione di chi l’aveva visto, qualche riga negli autori antichi, il profilo stilizzato impresso sulle monete della città. Niente che si potesse tenere in mano. Ora dal fondo del porto orientale di Alessandria d’Egitto è riemerso un oggetto che sta in un palmo: un anello di bronzo con il Faro inciso sul castone. Secondo le autorità egiziane è la prima volta che una delle Sette Meraviglie del mondo antico viene trovata raffigurata su un anello-sigillo.
L’isola dei re, cinque metri sotto la superficie
L’anello viene da Antirhodos, la piccola isola reale che sorgeva nel Portus Magnus, il grande porto di Alessandria. Strabone la ricordava come sede di un palazzo, e il nome stesso la dichiarava rivale di Rodi. Dopo i terremoti e i maremoti dell’antichità tarda l’isola è finita sotto la superficie: oggi i suoi resti si trovano a circa cinque metri di profondità, nel bel mezzo di una città viva e di un porto in attività.
A scavare è una missione congiunta: l’European Institute for Underwater Archaeology (IEASM), presieduto dall’archeologo subacqueo Franck Goddio, e l’amministrazione delle antichità sommerse del Supreme Council of Antiquities egiziano. L’annuncio del ritrovamento è arrivato in occasione della visita del ministro del Turismo e delle Antichità Sherif Fathy alle aree di scavo.
Un sigillo, non un gioiello
La parola che conta è “sigillo”. Un anello-sigillo non serviva a farsi ammirare: serviva a imprimere un marchio nella cera o nell’argilla, a chiudere una lettera, a garantire un carico. Era una firma, nel senso più concreto del termine. Chi lo portava al dito scegliva il simbolo con cui voleva essere riconosciuto — e qui ha scelto il grattacielo della propria città.
Hisham El-Leithy, segretario generale del Supreme Council of Antiquities, ha definito il pezzo straordinario proprio per questo: è “la prima volta che un’immagine del Faro di Alessandria viene scoperta incisa su un anello-sigillo”. L’incisione richiama l’iconografia delle monete alessandrine di età romana, in particolare quelle del II secolo d.C., e su quel confronto si basa la datazione proposta.
Vale la pena sottolinearlo: è una datazione per analogia stilistica, non una misura assoluta. Dimensioni precise, eventuali iscrizioni e cronologia definitiva restano in attesa della pubblicazione scientifica. È il tipo di cautela che in archeologia subacquea conviene sempre tenere a portata di mano.
Che cosa era, davvero, il Faro
Il Faro fu voluto da Tolomeo I Sotere e completato sotto il figlio Tolomeo II Filadelfo. Era costruito su tre livelli sovrapposti: una base quadrangolare, una sezione centrale ottagonale e una lanterna cilindrica in cima, dove il fuoco e un sistema di specchi facevano da segnale per le navi.
Sull’altezza le fonti non concordano, e questo dice molto su quanto poco sia sopravvissuto: le stime vanno da poco più di cento metri fino a centoquaranta, a seconda della ricostruzione adottata. Il progetto PHAROS, di cui parliamo più sotto, lavora su un’ipotesi di circa 103 metri. In ogni caso parliamo di uno degli edifici più alti del mondo antico, e di una Meraviglia che aveva anche un lavoro da fare: guidare le navi dentro il porto.
La fine è arrivata per via sismica, un terremoto dopo l’altro, fino alla scossa del 1303 originata nell’area di Creta, che ne causò la distruzione definitiva. Alla fine del Quattrocento le pietre cadute furono riutilizzate per costruire il forte di Qaitbay, che ancora oggi occupa il punto dove il Faro si ergeva: una Meraviglia riciclata in fortezza.
Il Faro che si ricostruisce da solo, in digitale
Mentre l’anello riemerge, un progetto parallelo prova a rimettere in piedi il Faro senza toccarlo. Si chiama PHAROS e mette insieme ricercatori francesi ed egiziani con un obiettivo preciso: costruire un “gemello digitale” del monumento, un modello tridimensionale navigabile a grandezza naturale.
La materia prima sono i blocchi sparsi sul fondale davanti al forte di Qaitbay: circa cinquemila unità documentate in trent’anni di campagne. Alcuni sono stati sollevati per essere scansionati con precisione — monoliti di granito da decine di tonnellate — e poi, in diversi casi, restituiti al mare, dove la conservazione è paradossalmente più sicura che all’aria aperta.
L’idea è di usare il modello come banco di prova: capire come quell’architettura stesse in piedi, e come sia venuta giù. È archeologia che si fa anche con l’ingegneria strutturale.
Il valore di un oggetto piccolo
Un anello non cambia la storia del Faro. Ma aggiunge qualcosa che i blocchi da ottanta tonnellate non sanno dare: la scala umana. Insieme all’anello la stessa campagna ha riportato su ceramiche che coprono otto secoli — dal IV secolo a.C. al IV secolo d.C. — tra stoviglie, anfore, bottiglie, lampade a olio e frammenti di vetro. Non il tesoro di un re: il vissuto quotidiano di un porto.
In quel quadro il castone inciso diventa un dettaglio rivelatore. Qualcuno, nell’Alessandria di età romana, ha fatto incidere su un sigillo personale la torre che vedeva ogni giorno all’ingresso del porto. Era il marchio della città, la cosa per cui Alessandria era riconoscibile nel Mediterraneo — l’equivalente antico di un profilo di skyline su un adesivo. Diciotto secoli dopo, quell’immagine in miniatura è la prima del suo genere che ci sia arrivata.
Fonti
- See News — Minister of Tourism and Antiquities inspects excavations by the IEASM in Alexandria’s Eastern Harbour
- La Brújula Verde — A bronze ring engraved with the Lighthouse of Alexandria has been found in Cleopatra’s sunken harbour
- Stile Arte — Un anello romano di bronzo con il Faro di Alessandria
- Finestre sull’Arte — La ricostruzione digitale del Faro di Alessandria
- ZME Science — The Lighthouse of Alexandria’s digital twin
