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Occhiali smart senza fotocamera: la mossa di Meta

Un paio di occhiali tondi d’epoca accanto alla loro custodia in cuoio

Per cinque anni la promessa degli occhiali smart è stata sempre la stessa: guarda quello che guardo io. Fotocamera sulla stanghetta, scatto a comando vocale, video verticale pronto per i social. Al Meta Connect del 23 e 24 settembre l’azienda ha presentato un modello che quella fotocamera non ce l’ha proprio. E la cosa interessante è che non si tratta di una versione economica, ma di una scelta dichiarata.

Si chiamano Ray-Ban Meta Audio, pesano 43 grammi, arrivano il 13 ottobre a partire da 349 euro. Fanno musica, telefonate e conversazione con l’assistente artificiale. Non riprendono nulla.

Cosa ha presentato Meta

Gli Audio sono l’unica vera novità concettuale di una presentazione altrimenti piuttosto affollata. Due montature, Clubmaster e Burbank, ventitré combinazioni fra colori e lenti, possibilità di montare lenti graduate. L’autonomia dichiarata è di dodici ore con una carica, che diventano quarantotto contando la custodia: numeri che si possono permettere proprio perché manca il componente che consuma di più.

Accanto a loro, il resto del listino resta fedele alla formula con obiettivo. I Ray-Ban Meta di terza generazione partono da 449 euro e tengono la fotocamera da 12 megapixel con video in 3K, più un sistema a sei microfoni che secondo l’azienda abbatte oltre il novanta per cento del rumore di fondo. I Ray-Ban Meta Display, quelli con il piccolo schermo nella lente, aprono i preordini anche in Italia. E per la primavera del 2027 è annunciato un visore, i Meta VR Glasses, da cento grammi e 1.299,99 dollari.

Il conto complessivo, insieme a EssilorLuxottica, dovrebbe arrivare a oltre cento combinazioni di modelli e stili entro fine anno. Che è un modo elegante per dire che gli occhiali con l’elettronica dentro non sono più un esperimento ma una linea di prodotto.

Perché togliere una fotocamera è una notizia

Di solito le aziende tolgono componenti per risparmiare. Qui la motivazione è un’altra, e Meta non l’ha nascosta: la fotocamera addosso alla gente è diventata un problema sociale prima che tecnico.

Il punto non è mai stato tanto chi indossa gli occhiali, quanto chi ci sta davanti. Un telefono puntato si vede; una stanghetta no. Meta aveva provato a risolvere la questione con un LED che lampeggia durante la registrazione e che, se qualcuno prova a coprirlo, interrompe la ripresa. Non è bastato a evitare che la tecnologia finisse sotto esame: secondo quanto riportato dall’ANSA, i tribunali britannici hanno vietato gli occhiali smart in aula ad agosto, e quelli dello stato di New York avevano già messo al bando i modelli con fotocamera a luglio.

Un dispositivo che in certi luoghi non si può proprio indossare è un dispositivo che ha un problema di distribuzione, non solo di reputazione. Togliere l’obiettivo significa costruire un oggetto che si può portare ovunque senza doverlo spiegare a nessuno. Zuckerberg l’ha girata in positivo, dicendo che senza fotocamere si aprono nuove possibilità di design: è vero, ed è anche una risposta a un vincolo.

Occhiali che ascoltano invece di guardare

Resta da capire cosa ci si fa. La scommessa è tutta sull’assistente vocale, che Meta ha ribattezzato Muse e presentato come la vera novità dell’evento: avatar in tempo reale, capacità di svolgere compiti in background, integrazione con le applicazioni del computer. Per ora è attivo negli Stati Uniti, in Canada e in Messico.

L’idea è che l’interazione passi interamente dalla voce. Niente schermo, niente immagine da analizzare: si chiede, si ascolta la risposta. È un ritorno a qualcosa di molto simile a un auricolare, con la differenza che sta sul naso e assomiglia a un oggetto che le persone indossano già.

Vale però la pena notare il paradosso. Un assistente che non vede nulla perde per forza una parte delle capacità che rendevano interessanti questi apparecchi: tradurre un cartello, riconoscere una pianta, ricordare dove hai parcheggiato. In cambio si guadagna la possibilità di indossarli senza che nessuno si irrigidisca. Si scambiano funzioni con accettabilità sociale, ed è probabilmente il compromesso più onesto mai proposto da questa categoria di prodotti.

Non è nemmeno un percorso nuovo: gli oggetti che ci mettiamo addosso tendono a semplificarsi prima di diffondersi, come abbiamo visto raccontando cinque tecnologie destinate a cambiarci la vita e discutendo potenzialità e rischi dell’intelligenza artificiale.

Cosa aspettarsi da qui in avanti

Il retroscena, uscito sulle pagine di The Information qualche giorno prima dell’evento e ripreso dall’ANSA, parlava di un progetto con nome in codice interno — Luna, poi Phoenix — nato esplicitamente per rispondere alle critiche sulla privacy. Il fatto che la voce sia circolata prima suggerisce che l’azienda volesse misurare le reazioni.

Restano parecchie domande aperte. Un microfono sempre acceso solleva questioni di riservatezza diverse da quelle di una fotocamera, ma non trascurabili: cosa viene elaborato sul dispositivo e cosa finisce sui server è una distinzione che, per ora, vale la pena tenere d’occhio. E il prezzo di ingresso, 349 euro, colloca un paio di occhiali senza lenti da vista nella fascia di un buon paio di cuffie.

La risposta arriverà il 13 ottobre, quando si vedrà se togliere qualcosa sia stata, per una volta, la mossa più interessante.

Fonti

Immagine: «Eyeglasses of Tomitaro Makino» di Asanagi – CC0 – Wikimedia Commons