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Quello che ho capito sull’IA grazie allo spettro di Mark Fisher

Mentre scrivo qui è quasi mezzogiorno. A Chicago mancano otto minuti alle cinque del mattino.

In un monolocale del West Loop, duemilaquattrocento dollari al mese utenze escluse, all’alba suona la sveglia di Ethan. Ventitré anni, una laurea in finanza a Urbana-Champaign nell’Illinois, da quattordici mesi staff consultant nella divisione advisory di una delle Big Four. Il suo turno comincia alle otto e mezza, che a Chicago è anche l’ora in cui apre Wall Street. Potrebbe dormire ancora un paio d’ore ma non lo fa. Le contrattazioni pre-mercato sono aperte e lui ha qualcosa da controllare prima che la città si svegli.

Il cortisolo, che al risveglio sale di suo e tocca il picco nella mezz’ora successiva, lo tira fuori dal letto come una molla. Il lavoro vero lo sta facendo un piccolo gruppo di neuroni nel mesencefalo, l’area tegmentale ventrale. Lì la tirosina diventa L-DOPA, la L-DOPA diventa dopamina, e la dopamina viaggia lungo la via mesolimbica fino al nucleo accumbens, dove si lega ai recettori D1 e D2. Un altro ramo, quello mesocorticale, raggiunge la corteccia prefrontale: attenzione, pianificazione, la sensazione lucida di avere il controllo.

La cosa che le neuroscienze hanno capito (e che Ethan ovviamente ignora) è che la dopamina non è la molecola del piacere. È la molecola dell’attesa. Kent Berridge la chiama wanting, il volere, per distinguerla dal liking, il godere, che passa invece per gli oppioidi endogeni. Wolfram Schultz ha mostrato che i neuroni dopaminergici non scaricano davanti alla ricompensa, ma davanti alla differenza tra la ricompensa attesa e quella ottenuta: l’errore di previsione. E scaricano più forte quando l’esito è incerto, quando le probabilità stanno vicine al 50%. È esattamente la condizione di un mercato che apre. Il caffè, bloccando i recettori dell’adenosina, fa il resto. Lo schermo del telefono spegne quel che resta della melatonina. Quando l’app si carica, Ethan è già dentro il circuito, prima ancora di sapere se ha guadagnato qualche dollaro.

C’è stato un tempo, due anni fa, in cui questa eccitazione aveva almeno la forma di uno studio. Ethan leggeva i bilanci trimestrali, i 10-K e i 10-Q, calcolava il rapporto prezzo/utili, l’EPS, l’EV/EBITDA, il free cash flow, il ROE, il rapporto tra debito e patrimonio; provava a scontare i flussi di cassa futuri per capire quanto valesse davvero un’azienda. Poi, sul grafico, cercava le candele giapponesi: il doji dell’indecisione, il martello dell’inversione, l’engulfing che inghiotte la seduta precedente. Tracciava, come uno scriba, supporti e resistenze, i ritracciamenti di Fibonacci, le medie mobili a cinquanta e a duecento giorni aspettando il golden cross e temendo il death cross. Controllava l’RSI per capire se un titolo fosse ipercomprato, il MACD per il momentum, le bande di Bollinger per la volatilità, i volumi e il VWAP per capire dove stessero comprando i grandi, se entrassero sui titoli gli squali veri della finanza. Oggi quella roba è un rimasuglio che staziona da qualche parte del suo cervello e lui non fa più niente di tutto questo, non applica nozioni.

Lo fanno tre agenti che girano su un modello di frontiera, collegati via API al suo conto su Interactive Brokers. Il primo legge i documenti depositati alla SEC e le trascrizioni delle call con gli analisti. Il secondo misura il sentiment su notizie e social. Il terzo esegue gli ordini dentro i limiti che Ethan gli ha dato: mai più del 2% del capitale su una singola posizione, stop loss obbligatorio e, anche se la tentazione è molta, niente opzioni: bisogna mettere insieme il pranzo e la cena a fine giornata. Prima di tutto, però, Ethan controlla un’altra lista: quella delle società che, per le regole di indipendenza della sua azienda, non può toccare. Poi apre i log. Verifica che gli agenti abbiano rispettato le istruzioni. Guarda il rosso e il verde. Ed è lì, in quel controllo, che arriva la scarica.

Mentre scrivo di Ethan mi torna in mente un ricordo. L’anno scorso ero dall’altra parte del mondo, a Pechino. Con me c’era Zhao Yang, trent’anni, nato a Baotou, nella Mongolia Interna, la Mongolia che sta dentro i confini cinesi. Ci accompagnava a visitare la Città Proibita e piazza Tienanmen.

Di quello che accadde in quella piazza tra il 3 e il 4 giugno 1989, Zhao non sa quasi nulla. Non c’è nei suoi libri di scuola e non c’è nel suo internet. Lo sente evocare soltanto da occidentali come me, che di quella notte abbiamo fatto un simbolo e a lui, in un paese di oltre un miliardo e quattrocento milioni di persone, deve sembrare poco più di una strana fissazione. Mentre gliene parlo, guarda lo schermo del suo Huawei. Sa solo che tra mezz’ora sarà libero.

Zhao è un ragazzo gentilissimo e instancabile: ci porta in giro da 9 ore, col suo inglese stentato e ha un male cane ad una gamba. Quando gli proponiamo di fermarci per riposare un po’, salta come un grillo per dimostrarci che sta benissimo e può continuare a lavorare. All’alba ha preso la linea 5 della metropolitana da Tiantongyuan, il quartiere dormitorio all’estremo nord della città dove vive, e si è infilato in quel budello sotterraneo fino a Dongsi. Lì, in un hutong a pochi passi dal centro, la sera prima aveva lasciato la sua bicicletta elettrica ma non l’ha chiusa con il lucchetto. A Pechino si può sia per una virtù scritta nel sangue, sia perché nella Repubblica Popolare Cinese la rete di sicurezza è un’infrastruttura colossale.

Dalle nove alle sei porta in giro turisti come me. Poi sale in sella, apre l’app per i fattorini occasionali di Meituan e comincia a prendere ordini. Ritira ciotole di noodles e scatole di ravioli, le consegna, ne ritira altre, e ogni corsa lo riavvicina un po’ a casa: Dongcheng, Andingmen, Hepingli, Anzhen, i palazzi intorno al Villaggio Olimpico, Lishuiqiao, e infine Tiantongyuan. A fine giornata, per il costo della vita di Pechino, avrà guadagnato bene.

Mi dice sorridendo:”la gig economy, tutto sommato, è una grande opportunità”. Spiega che non “sprechi” il tempo del tragitto casa-lavoro, perché il tragitto diventa lavoro. E fai anche un po’ di sport, che non guasta. Non serve nemmeno iscriversi in palestra.

Fantasticavo su Ethan e ripensavo a Zhao mentre seguivo, in questi giorni, il dibattito sull’intelligenza artificiale che prende il sopravvento sulle nostre vite e mi è tornato in mente il periodo in cui leggevo Mark Fisher ai tempi dell’università.

Cazzo quanto mi manca K-punk. Fisher, perdendo la battaglia contro la depressione, se n’è andato nel gennaio del 2017, prima del covid-19, prima di molte cose. Prima che quest’epoca cominciasse davvero ad accelerare. Ultimamente mi capita spesso di leggere esercizi postumi: fantainterviste o articoli su cosa direbbe oggi tizio o caio se fossero qui. Con una mente inaudita ed eclettica come la sua è un’operazione quasi impossibile e forse un po’ irrispettosa. Eppure una lettura fisheriana dell’IA mi sembra non solo possibile, ma necessaria, considerato il dibattito a cui sto assistendo in queste settimane.

In Realismo capitalista Fisher descriveva i suoi studenti come guidati da una sorta di edonia depressiva. Non l’incapacità di provare piacere, ma l’incapacità di fare qualsiasi cosa che non sia inseguire il piacere. Ethan, alle cinque del mattino davanti ai suoi log, ne è il ritratto aggiornato. Non gli manca niente, se non la possibilità di desiderare qualcosa di diverso da quella scarica. Zhao, che trasforma il ritorno a casa in tempo monetizzabile, è l’altro volto della stessa cosa: quello che Fisher chiamava impotenza riflessiva.

Oggi discutiamo di dove siamo arrivati e se sia possibile tornare indietro, mentre l’IA divora pezzi interi di settori produttivi e culturali; mentre una quota sempre più grande di ciò che leggiamo sul web viene ideata e scritta da agenti artificiali e scompare non dico l’ingegno, ma perfino il tocco dell’umano. Il futuro resta ancora in mano agli idraulici, almeno fino a quando non insegneranno ai robot a girare per le nostre città, chiedendo 120€ per la chiamata.

Battute a parte, credo che il vero successo ideologico della Silicon Valley non sia averci convinto che l’intelligenza artificiale è buona e necessaria. È averci convinto che il futuro dell’IA è tracciato in una strada che non ha bivi, e che a noi non resta che adeguarci. In soldoni: non esiste un’IA diversa da quella che sta entrando nelle nostre vite, in questa precisa forma economica e sociale. Eccolo qui, il realismo capitalista di Fisher applicato alla tecnica: è più facile immaginare la fine del lavoro umano che la fine del modo in cui l’IA viene posseduta, venduta e distribuita. C’è un enorme salto ideologico dinanzi a noi; potremmo coglierlo ma non lo stiamo vedendo.

Parlandone a tempo perso con qualche amico che lavora nel mio stesso settore (grossomodo potremmo parlare di terziario avanzato), ho la sensazione che il problema di fondo non sia il prodotto della tecnica in sé. Non siamo preoccupati dai modelli sempre più potenti, dai data center e il loro consumo spropositato di energia e di acqua, dal tema enorme della proprietà dei dati, non dall’impatto delle infrastrutture fisiche sui territori. Quello che ci stupisce, e ci ferisce – forse inconsapevolmente -, è scoprire che il nostro lavoro, le nostre rendite di posizione, la capacità di “fare cose” che era il nostro valore aggiunto, oggi sono semplicemente obsolete. Un agente artificiale fa molto meglio di noi, a una velocità spropositata, quello che prima ci rendeva necessari. E quando non ci riesce, oggi possiamo serenamente riconoscere che è solo un problema di prompt.

Ecco cosa ci spaventa davvero. Non il fatto che le macchine possano lavorare al posto nostro: liberarsi dall’obbligo, dalla fissità, dalla ripetizione del lavoro non è forse un desiderio antico quanto il lavoro stesso? Siamo terrorizzati perché in una società in cui reddito e sopravvivenza dipendono quasi soltanto dal lavoro salariato, essere liberati dal lavoro significa essere privati di ciò che ci tiene in vita.

Fisher lo aveva intuito parlando di un “lento annullamento del futuro”, un’espressione presa in prestito da Franco “Bifo” Berardi. Il futuro non è più qualcosa da immaginare e realizzare, ma qualcosa che ci arriva addosso già confezionato. Ogni azienda deve accelerare perché le altre accelerano. Ogni Stato investe perché i suoi avversari geopolitici investono. Ogni generazione tecnologica rende possibile, e quindi inevitabile, quella successiva. Siamo travolti da un sistema che produce da solo le condizioni della propria accelerazione. E l’unica domanda che riusciamo a porci, una domanda di retroguardia, è questa: come costruire un’intelligenza superiore mantenendola compatibile con gli obiettivi umani?

Non conosco la risposta. So che la parola “accelerazione” ha avuto due destini. Nick Land, che con Fisher aveva condiviso gli anni della Cybernetic Culture Research Unit a Warwick, ne ha fatto un culto oscuro: lasciare che il capitale corra fino a sciogliere l’umano. Altri, come Nick Srnicek e Alex Williams, hanno provato a ribaltare il problema: usare l’automazione per liberare il tempo, non per consumarlo.

Se stiamo davvero andando verso una deterritorializzazione dell’intelligenza, verso il suo distacco dalla forma biologica e umana e verso una sua progressiva autonomia, allora forse dobbiamo prepararci a sfide che non riguardano soltanto la sicurezza delle macchine. Riguardano noi. La mutualità. Nuove forme di vita e nuovi modi di produrre che oggi non riusciamo nemmeno più a immaginare, oltre lo schema della massimizzazione del profitto che costituisce l’architettura della nostra Società.

Ethan e Zhao, in fondo, potrebbero liberare il loro tempo e invece uno si sveglia all’alba guidato dal proprio demone interiore, l’altro non torna più semplicemente a casa ma monetizza il ritorno. A nessuno dei due è venuto in mente di chiedersi a chi appartenga quel tempo.

Invece di essere terrorizzati dall’impatto della tecnologia nelle nostre vite, al punto di urlare all’ “indietro tutta”, forse è proprio questa la domanda che bisogna ricominciare a porci: a chi appartiene davvero il nostro tempo?

 

Foto di i4lying da Pixabay