Come faccio a spiegare che la morte di Francesco Guccini, per me, è come la morte di un nonno?
Forse devo cominciare da una vecchia audiocassetta che mio padre teneva in macchina, nella sua Fiat Uno grigia, e che un giorno tornò a casa, finendo tra le mie mani. Era la cassetta diFra la via Emilia e il West, il leggendario doppio album dal vivo pubblicato nell’ottobre 1984.
Avevo dodici anni e quel nastro lo ascoltai fino a consumarlo.Autogrill,Canzone delle osterie di fuori porta,Piccola città,Venezia,Bologna,Eskimo,Incontro,Canzone quasi d’amore. Le ascoltavo, le riavvolgevo e le rimettevo da capo, ancora e ancora, lasciando che dentro di me accadesse qualcosa che allora non sapevo nominare.
Scoprivo un universo di vocaboli che non conoscevo. Scoprivo la possibilità dell’introspezione: che si poteva parlare del mondo guardandosi dentro e parlare di sé raccontando una città, una strada, un’osteria, una notte. E lo si poteva fare attraverso le parole, riordinandole in modi sempre nuovi; scoprivo che là fuori c’era il West.
Guccini lo raccontava dal “bastardo posto” da cui proveniva e io ascoltavo quella città di pietre sconosciute, di case diroccate dalla guerra, il Florìda, i vecchi cortili dove morire e poi rinascere. E mi accorgevo di provenire dalla stessa città, come se fossimo concittadini di un mondo chiuso tra i monti, in una vallata: la provincia oltre la quale si nascondeva quel qualcosa che, attraverso l’immaginazione, diveniva il mondo intero.
Come si spiega cosa abbia significato, per un ragazzo di provincia, immaginarsi l’Emilia senza averla mai davvero conosciuta? Una terra mitica, piatta, nebbiosa, sospesa, fatta di paesini minori, argini di fiumi e affluenti; terra silenziosa e laboriosa che avrei poi ritrovato nelle pagine di Celati. Semplicemente uno spazio dell’anima, uno spazio antropologico intorno al quale costruire il mito.
Come posso fare, ora, a raccontare le sere trascorse con gli amici di sempre ad ascoltare e riascoltare le “canzoni di notte”, fraternizzando con la nostalgia, nei silenzi in cui ciascuno di noi “chiudeva la sua pena”?
Come posso raccontarla, quella notte, a diciott’anni appena compiuti e con la patente ancora fresca in tasca, quando trascorremmo ore seduti sotto la pensilina dell’Aci a decidere se fare la colletta, mettere il pieno e partire per Bologna senza dire niente a nessuno?
“Intanto partiamo, poi ci pensiamo. Se ci avviamo ora, la prima telefonata ce la faranno verso Forlì”.
“Ma tuo padre non dorme mai, vedrai che già all’altezza di Ancona ti scriverà per sapere dove cazzo sei e quando torni a casa”.
“E vabbé poi quando siamo lì vediamo che fare. Gli rispondiamo che siamo a Bologna, che è estate, che la scuola è finita e che prima o poi torniamo”.
E via così, per ore e ore.
Volevamo andarcene di casa per un po’, senza conflitto, semplicemente; prendere la macchina e andare a vedere cosa ci fosse davvero al civico 43 di via Paolo Fabbri.
Poi ci siamo stancati di fantasticare e di pianificare. Abbiamo vagato per un po’, non siamo partiti e ce ne siamo andati all’Orange Bar, bussando sulle serrande abbassate per farci aprire, pronti a scomparire nella notte.
Ma cosa speravamo di trovare, noi, in Via Paolo Fabbri 43? La realizzazione della nostra giovinezza imperfetta nella provincia italiana sempre uguale a sé stessa; partire per cercare la perfezione assoluta e, quindi, una prima forma di liberazione. Eravamo vivi, tutti interi, senza vita dietro di noi e tutto ancora da scoprire.
Ecco cosa aveva fatto Guccini con le sue canzoni, con quel folk d’autore, tutto italiano, nato dalle macerie del dopoguerra. Aveva sciolto le briglie di una potenza nascosta che aveva bisogno di una chiave per essere decriptata e liberata. Ascoltavamo quelle parole per comprenderci meglio.
Quella libertà di immaginare io me la sono portata dentro per tutta la vita anche crescendo, cambiando, quando la dimensione del sogno e dell’adolescenza si è affievolita, soffocata dalle responsabilità, dai giorni che passano e diventano anni uno dietro l’altro.
Non riesco a spiegare quanto questo Paese sia più povero, oggi, per la morte di questo anziano signore che viveva disperso tra le montagne di Pavana.
Lo scorso anno io e Claudia ci arrischiammo ad andare fin lassù per scoprire, senza invadenza, il luogo del suo personalissimobuen retiro, il ritorno vero e proprio alla casa del padre. Scoprimmo il mitologico mulino di Chicon, sul Limentra, e incontrammo Guccini (senza disturbarlo) mentre rientrava con la famiglia nel cortile di casa.
Era lì, dinanzi a noi, insieme a sua figlia –Culodritto, proprio lei! – che lo accompagnava sotto braccio dentro casa. Era un gigante claudicante, una montagna, un everest simbolico nel cortile di casa sua. Lo guardavo rientrare e pensavo: “Eccolo, va ancora tutto bene. Guccini è qui. Domani, tra un mese o un anno riprenderò l’auto, guiderò per 4 ore e arrivando a Pavana lo troverò di nuovo qui. Per sempre“.
Salutando poi la figlia Teresa, prima di andarcene, riavvolgevo, come in un film, tutte le strade che non avevamo percorso. Le notti con gli amici, i nastri delle cassette riordinati con una matita per fare prima, la Fiat Uno grigia, i concerti per vederlo dal vivo, Bologna immaginata da lontano – dove poi ho vissuto gli anni dell’università -, il mondo custodito oltre la vallata del Tronto, la voglia di partire senza sapere bene dove andare e senza averne davvero il coraggio.
Cercavamo la forza di intraprendere un viaggio, non la destinazione; la possibilità di andare e perdersi in un vagare ininterrotto attraverso stazioni, autostrade, bar di provincia, tra le persone più improbabili, come se fossimo in un romanzo di Tondelli, liberi e disperati. Tutto ciò che poi ho trovato negli anni dell’università.
Guccini era una voce che, da un “bastardo posto” dell’Appennino, aveva insegnato a generazioni di ragazzi, cresciuti in altri bastardi posti, che la provincia non ti condanna ma ti eleva. Se vivi nel mondo, lo conosci. Se la vita si nasconde al di là del monte, giù dopo il fiume, può esserci qualsiasi cosa che se ne sta lì, ad attenderti.
Francesco Guccini è morto oggi, in un mondo sempre più tecnologico e interconnesso, in cui possiamo fare esperienza di tutto. Auguro agli adolescenti di oggi e di domani di poter scoprire quale piacere sia stato non conoscere bene niente ma sperare che, da qualche parte, tra la via Emilia e il West o giù di lì, ci sia una forma di libertà che aspetta soltanto di essere scoperta e conquistata.
